Una mostra di Erika Pellicci
Intus et in cute è una ricerca che indaga le superfici come luoghi di memoria, conservazione e trasformazione. Attraverso opere fotografiche e un intervento installativo, Erika Pellicci mette in relazione la pelle dei corpi e quella dei libri, osservando come il tempo, la storia e l’esperienza lascino tracce su entrambe.
Il titolo deriva da un’espressione latina utilizzata dal poeta Persio e significa letteralmente «dentro e nella pelle». Nella sua origine, il termine rimanda a una conoscenza profonda dell’essere umano, capace di andare oltre l’apparenza per raggiungere ciò che è nascosto, intimo e stratificato. In questa mostra, l’espressione diventa una chiave di lettura per esplorare il rapporto tra ciò che si offre allo sguardo e ciò che rimane custodito sotto la superficie.
Le opere nascono dall’incontro con il patrimonio della Biblioteca Statale di Lucca e dai materiali che la abitano: libri, pagine, annotazioni, volumi antichi, archivi e sistemi di conservazione. Lo sguardo della fotografa si concentra su dettagli apparentemente marginali che rivelano invece la natura profondamente corporea del libro. La carta, come la pelle umana, registra il passaggio del tempo; conserva pieghe, cicatrici, alterazioni, impronte e segni di presenza. Ogni traccia diventa testimonianza di una storia sedimentata.
Nelle immagini esposte, frammenti anatomici dialogano con pagine di trattati scientifici, annotazioni manoscritte si sovrappongono a strutture vascolari, mentre gli elementi che custodiscono e proteggono i libri assumono una presenza autonoma. La pelle umana, la carta, il velluto, le teche e le coperture diventano membrane che separano e al tempo stesso mettono in relazione interno ed esterno, visibile e invisibile.
Al centro del percorso emerge il tema della custodia. Come il corpo protegge ciò che contiene, così il libro conserva conoscenze, memorie e immaginari. La Biblioteca stessa si rivela come un organismo complesso fatto di sale monumentali, depositi, intercapedini e luoghi nascosti che custodiscono una quantità di patrimonio solo parzialmente accessibile allo sguardo. La conservazione non coincide con l’esposizione: gran parte di ciò che viene preservato rimane invisibile, affidato al tempo e alla cura.
Questa riflessione prende forma anche attraverso un intervento installativo che introduce nella sala di lettura una teca contenente una presenza corporea solo parzialmente percepibile. Un corpo nascosto sotto un tessuto lascia intuire la propria esistenza senza mai mostrarsi completamente. Come un volume chiuso che conserva al proprio interno contenuti ancora da scoprire, l’opera invita il visitatore a confrontarsi con il limite della visione e con il desiderio di conoscere ciò che rimane celato.
La mostra costruisce così un sistema di rimandi tra corpi, libri e architetture della conservazione. Ogni superficie diventa una soglia: la pelle protegge il corpo, la pagina custodisce la scrittura, la rilegatura preserva il libro, la teca difende l’oggetto prezioso, la biblioteca raccoglie e tramanda il sapere. In ciascuno di questi casi, ciò che appare non esaurisce mai ciò che contiene.
Intus et in cute identifica quindi uno spazio di confine tra visibile e invisibile, tra conservazione e trasformazione, tra il corpo umano e il corpo del libro. Erika Pellicci restituisce, così, una visione intima del patrimonio della Biblioteca e propone una riflessione sul libro come oggetto materiale, archivio di memoria e moltiplicatore di mondi. Un organismo vivo, profondamente connesso alla nostra esperienza fisica e sensibile, capace di custodire nel tempo conoscenze, storie e tracce dell’umano.
La mostra resterà aperta dal 25 settembre 2026 all’11 ottobre 2026 durante gli orari di apertura della Biblioteca Statale di Lucca consultabili qui.
Erika Pellicci (1992) vive e lavora tra la Toscana e Berlino. Si è laureata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e ha conseguito un Master in Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 2020. La sua ricerca si concentra sulla relazione tra corpo e spazio, utilizzando l’esperienza performativa come forma di testimonianza della realtà. Attraverso la fotografia, suo principale mezzo espressivo, indaga il tempo e la vulnerabilità del presente, esplorando schemi relazionali intimi e familiari, spesso legati al gioco e ai processi di costruzione dell’identità. Il suo lavoro mette in dialogo dimensione personale e memoria collettiva, con un’attenzione particolare alla materialità e alle tracce dell’esperienza.