Ora et Labora

A cura di Irene Panzani
Mercato del Carmine (Lucca)
Artisti

Bertrand Dezoteux

David Lucchesi

David Paolinetti

Josse Renda

Gözde Mimiko Türkkan

Tatiana Villani 

Five Radio Stations (con Keren Cytter, Benedikt H. Hermannsson, Hylozoic/Desires, Daniel John Jones e Seb Emina, Emeka Ogboh)

venerdì 3 maggio

ore 16
Apertura porte

ore 18 – 20 
Opening in presenza degli artisti e delle artiste

ore 21.30
Concerto con Senti Tuoni e Lo Stato Brado (ingresso gratuito)

sabato 4 e domenica 5 maggio

ore 10.30-13.00 e 14.30-19.30

domenica 5 maggio 

ore 10.30 e 11.30
Laboratori per bambini con Natur’Arte (6-11)

Info e prenotazioni: sofa.lucca@gmail.com

Carmine deriva da Carmelo che significa vigna, frutteto, per esteso giardino. Da qui prendono nome i Carmelitani scalzi, o meglio dal Monte Carmelo che, nell’Alta Galilea, era luogo di preghiera e contemplazione. Questo ordine religioso, mendicante (voto di povertà), lavoratore e volto ad una pratica ascetica, aveva la sua casa nel centro di Lucca, nel monastero che nell’800 fu trasformato in mercato cittadino. È interessante come vi sia una continuità semantica tra gli antichi abitanti di questo edificio e i futuri mercanti, entrambi rivolti alla terra, ai doni della natura, alla coltivazione di un giardino, di uno spazio fatto di scambio e condivisione, di radici e di preghiere. 

Dalla ricerca spirituale all’effervescenza culturale di un mercato, oggi il Carmine ci riporta a questa storia e in continuità con essa guarda all’arte come esplorazione della complessità umana, riflesso sia del rapporto con i beni della terra propri di un mercante di frutta e verdura, che con la ricerca di significato che caratterizza la spiritualità carmelitana.

Tra reinterpretazione delle radici e di un’identità culturale passata, lotta con la terra e per la terra, immaginazione che sublima il reale, l’esposizione apre al commercio di pensieri che GIUNGLA promuove dal 2020.

Bertrand Dezoteux con i suoi acquerelli rivela il suo sguardo sul mondo, fa sorgere personaggi che sono poi andati a popolare le sue opere video, in cui ad un primo momento di estraneità per l’estrema contemporaneità del linguaggio 3D, segue una familiarità dei temi affrontati, dei personaggi, all’interno di racconti assurdi, che poi sono il nostro quotidiano. I paesaggi rappresentati sono spesso deserti, come ambienti lunari dove a poco a poco appaiono esseri a metà tra umano ed extraterrestre. L’acquerello rende l’atmosfera sfumata, sospesa, eppure molto potente, soprattutto quando le tinte si fanno rosse e blu.

C’era una volta una vecchia capra che aveva sette caprettini e li amava, come una madre ama i suoi bambini. Un giorno dovette andare nella foresta a cercare del cibo; chiamò a sè i sette piccoli e disse: «Cari figli, io devo recarmi nella foresta, state attenti al lupo, perché se entra, vi mangia con tutta la pelle e il pelo. Il malvagio qualche volta riesce a contraffarsi, ma voi lo riconoscerete comunque dalla voce rauca e dalle zampe nere». 

—  Fratelli Grimm, “Il lupo e i sette caprettini”, in Le fiabe del focolare, 1812-1815.

David Paolinetti ci apre ad un reale che sembra un incubo, nero, cupo, radicale. Parte dal buio per aprirsi al riflesso dell’acqua, ai suoi mutamenti. Tratti forti, figure naif e brutali allo stesso tempo che conservano un lato fanciullesco proprio delle fiabe dei fratelli Grimm. Davanti al camino, l’artista disegna col carbone su fogli bianchi, sorgono alberi e montagne, animali, a volte colori, come un’epifania. E al camino brucia legno, fuma immaginazione, racconta storie ricordando Jean Dubuffet quando affermava: «naître du matériau […] se nourrir des inscriptions, des tracés instinctifs» (sorgere dal materiale […] nutrirsi delle iscrizioni, delle disposizioni istintive).

Tu [Natura] sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere.

—  Giacomo Leopardi, “Dialogo della Natura e di un Islandese”, Operette Morali, 1824-1832.

Gözde Mimiko Türkkan si è trovata ad affrontare la sua fragilità umana di fronte alla vastità della Terra e alla desolazione provocata dai fuochi che hanno divorato la costa egea della Turchia meridionale nel 2022. In lei brucia la rabbia per la devastazione del paese, rabbia perché, pur essendo consapevole che gli incendi siano il risultato di cicli naturali, ne intuisce la connessione con l’era dell’Antropocene. E così Mimiko si batte con la terra, intorno a lei una natura selvatica e arida, ma si sente, a un tratto, il fruscio di un ruscello in lontananza. L’umano potrà anche scavare fosse a mani nude e spostare corsi d’acqua, ma resta un minuscolo essere vulnerabile, sembra volerci dire l’artista. 

Non possiamo nulla davanti alla natura, purtroppo… per fortuna…

Le opere di Tatiana Villani ci offrono membra senza il tutto, non vi sono individui, ma parti di essi. La natura si presenta come corpo, pelle, cicatrice, pieghe di carne, ci riporta al nostro essere mammiferi, al nostro essere mortali. Il Cogito ergo sum cartesiano si frantuma contro le imperfezioni dei nostri arti pesanti, atterrati, così bassi rispetto al pensiero. Eppure pensare, immaginare, pregare, progettare, desiderare non è forse ciò che tiene in vita quel corpo? Paesaggi di carne, legami che si creano tra noi e gli altri, tra l’anima e il corpo, tra il corpo e il mondo, per superare ogni divisione, per riunirsi in quel tutto che Maurice Merleau Ponty chiama la “carne del mondo”, sia nei rapporti con le cose che con gli altri.

“A denti stretti”, “la lingua batte dove il dente duole”, una selezione di dipinti di David Lucchesi che si fa rebus. L’artista gioca con l’oggetto rappresentato e le parole, e la pittura diventa quasi il suo personale vocabolario, la sua enciclopedia di cose, fatti, persone astratti dal contesto, un abbecedario di segni elementari, che evocano storie di colori ombrosi, non sereni, parlano di fragilità e orizzonti incerti. “Ricordo da piccolo la mia grande curiosità nell’ esplorare tutto quello che mi circondava (ho sempre vissuto in campagna nella provincia di Lucca vicino al lago di Massaciuccoli) e quello che avevo a disposizione era un nutrito e variegato “ambiente visivo “ dove con un pizzico di fantasia puoi modificarlo a tuo piacimento lasciando che riveli le cose più assurde sia nella bellezza ma anche nella sua nuda e cruda realtà.”

È muorto chi lu Nobile ha smaccato,
È muorto chi ha cresciuto li panelle,
È muorto chi ha strette li Gabelle,
È muorto chi nu Regno ha sorzellato.
Napole scuso tene e derropato
Chi l’ha fatto saglì ‘ncopp’ a li stelle;
L’accise co na mano de rebbelle
Nu panettiere suggeco frustrato.
Che sbarione! S’amma stammatina,
Sta sera s’odia e se le fa gran guerra.
Mprimma s’onora, appriesso s’assassina.
Hoje se vede senza capa ‘nterra,
Pe tutta la cetate se trascina;
Craje da Generalissimo s’attera.

È morto colui che ha dato smacco al Nobile,
È morto colui che ha accresciuto il pane,
È morto colui che ha abbattuto le gabelle,
È morto colui che ha sollevato un Regno.
Napoli tiene nascosto e abbandonato
Colui che l’ha fatta salire alle stelle;
Lo ha ucciso con mano da congiurato
Un panettiere soggetto frustrato.
Quale errore! Si ama stamattina,
Stasera si odia e si fa gran guerra.
Prima si onora e poi si uccide. Oggi si vede senza testa in giù,
E si trascina per tutta la città;
Domani da Generalissimo si seppellisce.

(Campolieti, p. 211; Gurgo, pp. 108-109).

Thomaso Aniello (Masaniello) è stato protagonista della rivolta che vide la popolazione di Napoli insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo (7 -16 luglio 1647). Nella vita di questo personaggio non è sempre facile distinguere gli avvenimenti realmente accaduti da quelli elaborati dal mito. Così Josse Renda ce lo restituisce nella sua immagine di coetaneo; questo umile pescatore e pescivendolo nato vicino al Mercato cittadino, ricordato pari ad un santo, lo ritroviamo nelle linee sincere dell’artista come se momentaneamente fosse proprio lui il rivoluzionario, “Io è un altro”. 

Masaniello fu sepolto nella Basilica del Carmine fino al 1799, quando Ferdinando IV di Borbone ordinò la dispersione dei suoi resti per cancellare ogni memoria della rivoluzione napoletana. Nel 1961, i Frati carmelitani posero una lapide commemorativa per il centenario dell’Unità d’Italia nel luogo della sua sepoltura. Josse Renda ci restituisce un simulacro, un’icona, un tributo, una poesia.

Sometimes I’m Alone, Sometimes I’m Not

   A volte sono solo, a volte no

24 Hours at the End of the World

   24 ore alla fine del mondo

Our Quake Here Ever Feels

   Il nostro terremoto qui si fa sempre sentire

Infraordinary FM

   FM Infraordinaria

Danfo Radio

   Radio Danfo

Sopra, le tracce di Five Radio Stations, progetto della Fondation Lab’Bel curato da Silvia Guerra e Seb Emina che hanno invitato artisti da tutto il mondo a produrre opere sonore diverse per temi e durata, altrettanti universi, dialoghi tra terra e cielo, preghiere trasmesse dall’etere e dall’internet. Nel Mercato del Carmine, affinate le orecchie, potrebbero parlarvi, ripresentandovi la magia sempre nuova della presenza a distanza, del fantasma, dell’apparizione ai nostri sensi di avvenimenti lontani dal qui ed ora.

Ora et labora.

Una preghiera per il dialogo, per la libertà di espressione, per l’apertura al fluire delle cose e delle persone, alla vitalità di un mercato sempre aperto, brulicante di gente, emozioni e voci. Per un lavoro che sia come quello degli artisti, un lavoro che porti significato alle nostre vite, arricchisca quelle degli altri, sia attento alla terra perchè “se non sai dove vai, sappi almeno da dove vieni”, ma non abbia paura di essere radicale, di tagliare alla radice ciò che non va, ciò che non è più sincero e diventa limite alla costruzione del domani, di una nuova preghiera per il futuro, che poi è anticipazione del progetto.

Pater Noster

Padre nostro che sei nei Cieli
Restaci
E noi resteremo sulla terra
Che qualche volta è così carina
Con i suoi misteri di New York
E i suoi misteri di Parigi
Che valgono almeno quello della Trinità
Con il suo piccolo canale a Ourcq
E la sua grande muraglia in Cina
Il suo fiume di Morlaix
E le caramelle alla menta
Con il suo Oceano Pacifico
E le due vasche alla Tuileries
Con i suoi bravi bambini e le cattive persone
Con tutte le meraviglie del mondo
Che sono qui
Semplicemente sulla terra
Offerte a tutti
Sparpagliate
Meravigliate anch’esse della loro meraviglia
E con il coraggio di non riconoscerla
Come una bella ragazza nuda ha il coraggio di non mostrarsi
Con le spaventose sventure del mondo
Che sono legione
Coi legionari
Con i torturatori
Con i padroni di questo mondo
I padroni coi loro sacerdoti i loro traditori la loro soldataglia
Con le stagioni
Con gli anni
Con le belle ragazze con i vecchi bastardi
Con la pagliuzza della miseria a marcire nell’acciaio
Dei cannoni

Jacques Prévert, “Pater noster”, in Paroles, 1945.